Tra il 1985 e il 1995, nella provincia di Modena, una serie di omicidi brutali colpì alcune tra le persone più vulnerabili della società. Ancora oggi, a distanza di decenni, il caso rimane senza un colpevole.
Si tratta di una realtà giudiziaria irrisolta: una scia di sangue che ha lasciato dietro di sé dolore, silenzio e domande senza risposta.
I fatti: una serie di delitti tra il 1985 e il 1995
Le indagini collegano almeno otto omicidi, avvenuti in contesti simili: zone periferiche, campagne, luoghi isolati. Le vittime erano donne.
Le modalità dei delitti presentavano elementi ricorrenti: violenza estrema, aggressioni in contesti legati alla prostituzione, tentativi di depistaggio.
Questi aspetti portarono gli inquirenti a ipotizzare l’azione di un unico killer o di più soggetti collegati.
Eppure, nonostante anni di indagini, nessuno è mai stato condannato.
I nomi delle vittime: memoria contro l’oblio
Dietro la definizione di “mostro” ci sono storie reali, vite spezzate, famiglie distrutte.
Restituire dignità significa prima di tutto ricordare i loro nomi:
Contesto e scoperta dei delitti
GIOVANNA MARCHETTI
Il 21 agosto 1985, il corpo di Giovanna Marchetti venne rinvenuto a Baggiovara, alle porte di Modena, accanto a una fornace abbandonata. Il fidanzato della donna, indagato ma prosciolto dopo poco tempo, fornì la targa dell’ultima macchina su cui era salita Giovanna quella sera: risultò essere una Ford appartenente ad un agricoltore, che venne prosciolto per mancanza di prove. Le inchieste successive, condotte senza continuità, si arenarono e il caso venne archiviato.
DONATELLA GUERRA
Il 12 settembre 1987, presso le cave di San Damaso, venne trovato il corpo senza vita della 22enne Donatella Guerra. Il cadavere presentava segni di violenza ed era segnato da numerose ferite. Come nell’omicidio della Marchetti, non fu trovata la borsetta con gli effetti personali della ragazza, inoltre si sospettò che il luogo del ritrovamento non corrispondesse anche al luogo del delitto a causa della scarsa quantità di tracce ematiche ritrovate sul posto. Gli inquirenti trovarono un’impronta di scarpa e tracce di pneumatici, appartenenti a una Fiat 131. Dall’analisi sull’impronta di scarpa, venne ritenuto probabile che potesse trattarsi di un uomo zoppicante.
MARINA BALBONI
Poco più di un mese dopo l’omicidio di Donatella Guerra, il 1º novembre 1987, venne uccisa Marina Balboni, prostituta di 21 anni, il cui cadavere fu ritrovato in un canale sulla strada che collegava Carpi a Gargallo. Marina Balboni era amica di Donatella Guerra e questo incuriosì fin da subito gli investigatori: il padre della vittima, Armando Balboni, dichiarò che la figlia aveva detto “Spero che non facciano fare la stessa fine anche a me” quando egli l’aveva informata della morte di Donatella. I genitori di Marina rivelarono che, pochi giorni prima della morte, la figlia diceva di doversi recare assolutamente a Modena quel sabato perché aveva “un appuntamento importante”. Anche in questo caso la borsetta della vittima non fu ritrovata e il caso venne presto archiviato.
CLAUDIA SANTACHIARA
Il 30 maggio 1989, all’inizio dell’autostrada del Brennero, venne trovato il corpo della 24enne Claudia Santachiara. L’autopsia rivelò tracce di DNA sotto le unghie di Claudia, DNA che non apparteneva alla vittima e che quindi rivelava un tentativo di difesa pre-mortem. Un testimone rivelò che quella sera, pur senza avere un rapporto sessuale, si era appartato con Claudia e le aveva lasciato 50 mila lire nella borsetta. Disse che dopo l’omicidio quei soldi erano stati portati via, ma non fu mai chiarito come sapesse questo particolare dato che la borsetta non fu mai ritrovata. Corrado Augias, all’epoca conduttore della trasmissione Telefono giallo, intervistò il testimone, ma il nastro sul quale l’intervista venne registrata fu distrutto. L’ambiente politico modenese venne accusato della distruzione del nastro, accusa mai smentita. Il 13 giugno 1989 venne arrestato Tommaso Nunzio Caliò, pregiudicato seguito dal Centro di Salute mentale di Modena il cui arresto venne ordinato in seguito alla segnalazione di una prostituta, che sostenne che il Caliò aveva provato a rapinarla e strangolarla. Gli inquirenti misero quindi a confronto il DNA di Caliò con quello trovato sotto le unghie di Claudia, ma l’esito fu negativo.
FABIANA ZUCCARINI
A dieci mesi dalla morte di Claudia Santachiara, l’8 marzo 1990 venne trovato il cadavere della 21enne Fabiana Zuccarini in un fosso a San Prospero. I genitori di Fabiana dissero che la figlia aveva detto loro che quella sera aveva un appuntamento con un uomo che lei chiamava “lo zio ricco”. L’uomo, poi identificato, aveva un alibi di ferro. Venne analizzata anche la pista legata al mondo della droga. Il padre di Fabiana, in seguito, assoldò un investigatore privato tramite il quale scoprì che la sera del 7 marzo Fabiana era stata vista parlare con un uomo in un locale a San Felice sul Panaro. Questo, interrogato, disse solo di averle dato un passaggio a Rivara. La sua abitazione fu perquisita e venne trovata una penna appartenente a Fabiana: l’uomo diventò quindi il principale sospettato, ma l’11 settembre 1991 morì in un incidente stradale e il caso venne archiviato per morte dell’indagato.
ANNA BRUZZESE
In un fosso a San Prospero, il 4 febbraio 1992 fu trovato il corpo senza vita di Anna Bruzzese, 32 anni. In sede autoptica, venne scoperto che Anna era stata uccisa con diverse coltellate e che aveva provato a difendersi dal suo assassino, venendo ferita alle braccia e alle mani. Inoltre, anche in questo caso la borsetta della vittima non fu mai ritrovata. Una prostituta della zona riferì che alcune sere prima Anna era stata spinta con la forza da alcune persone dentro un’auto Giulietta di colore scuro: le persone, identificate e interrogate, non vennero riconosciute collegabili alla morte di Anna e il caso venne archiviato.
ANNA MARIA PALERMO
Il 26 gennaio 1994, in un canale a Corlo, venne rinvenuto il cadavere della 21enne Anna Maria Palermo. Il suo fu l’unico caso in cui la borsetta venne effettivamente trovata sulla scena del crimine. Il principale sospettato fu un ex ciclista professionista, a cui Anna Maria aveva rubato una grande quantità di droga. La sera del 25 gennaio numerosi testimoni videro Anna Maria salire sull’auto dell’individuo, tra l’altro con la stessa pettinatura che portava quando ne fu trovato il cadavere. Un’altra testimone disse che la targa dell’auto in questione iniziava con le lettere “PR”, che corrispondevano alla targa dell’ex ciclista. Quest’ultimo finì sotto processo, ma si trattava di un processo di tipo indiziario e l’imputato fu assolto per non aver commesso il fatto. Prima del processo, il sacerdote responsabile di una comunità di recupero di nome Don Giancarlo Suffritti dichiarò che una sua utente fu obbligata a eseguire un rapporto sessuale da un uomo che la minacciava con un coltello. L’uomo, poi denunciato, si dichiarava giustiziere delle ragazze tossicodipendenti e quindi poteva essere coinvolto nei precedenti omicidi. Tale individuo, però, non venne mai identificato e anche questo caso archiviato.
MONICA ABATE
La 31enne Monica Abate, considerata l’ultima vittima ufficiale del Mostro di Modena, fu trovata morta nella sua abitazione il 3 gennaio 1995 con una siringa infilata nel braccio sinistro. Venne avanzata l’ipotesi di una morte per overdose, ma l’autopsia rivelò che Monica era stata soffocata. L’assassino aveva simulato il suicidio. La ragazza aveva diverse ecchimosi e ferite sulle mani, sotto le sue unghie c’erano diversi frammenti di pelle. Nel secchio del pattume venne ritrovato un preservativo usato e sulle scale furono rinvenute diverse tracce ematiche, che si rivelarono appartenenti alla coinquilina di Monica. La donna, indagata ma poi prosciolta nel novembre 1997, spiegò quelle tracce dicendo che aveva consumato una dose di eroina in attesa dell’arrivo della madre di Monica, che aveva chiamato proprio a causa della preoccupazione dovuta al silenzio della coinquilina. Un testimone disse che quella notte, intorno alle 4:00, davanti all’abitazione di Monica c’era un’auto dei carabinieri molto prima del ritrovamento del cadavere. Le indagini si concentrarono su due poliziotti che avevano avuto contatti con Monica, uno dei quali aveva avuto precedenti per favoreggiamento alla prostituzione. Il DNA dei due indagati fu comparato con quello trovato sotto le unghie di Monica, ma il profilo genetico non corrispondeva. Anche questo caso fu archiviato dopo alcuni mesi.
Un’indagine incompleta?
Col passare degli anni, è emerso con sempre maggiore forza un dubbio: le indagini dell’epoca furono sufficienti? Negli anni ’80 e ’90 mancavano strumenti fondamentali oggi considerati essenziali: analisi del DNA avanzate, banche dati genetiche, tecniche moderne di profilazione. Inoltre, il contesto sociale delle vittime potrebbe aver inciso sull’attenzione investigativa e mediatica ricevuta. Molte di loro vivevano ai margini e questo ha contribuito a un silenzio, che oggi appare ancora più grave.
Perché riaprire il caso oggi
Oggi esistono nuove possibilità concrete:
- riesaminare reperti biologici
- applicare tecnologie forensi moderne
- rileggere i fascicoli con un approccio aggiornato
Negli ultimi anni, familiari, associazioni e cittadini hanno chiesto con forza la riapertura delle indagini. Non per riaprire una ferita, ma per cercare finalmente una verità. Ed è qui che ci inseriamo noi, perché abbiamo depositato la nostra raccolta firme alla Procura di Modena e continueremo a ripetere che “La giustizia non ha una data di scadenza”

